Economia e finanza

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C2C è l’acronimo di From City to Coast, la linea ferroviaria che attualmente collega la metropoli di Londra con la regione dell’Essex fino alla cittadina di Shoeburyness e che da oggi diverrà parte della rete internazionale dell’italiana Trenitalia.

Il gruppo ferroviario del Bel Paese ha infatti formalizzato con il dipartimento dei trasporti britannico la chiusura dell’operazione che era stata annunciata nei primi giorni dell’anno. Ad operare nel regno di sua maestà sarà Trenitalia UK, società controllata dalla casa madre Trenitalia, che si occupa di gestire le attività nel Regno Unito e che con questa operazione ha acquisito la società National Express Thameside, la Next, per il valore di 80 milioni di euro. La linea di collegamento ferroviario è impiegata ogni anno da 42 milioni di persone, in maggior parte dai pendolari che dalla city si spostano in direzione della periferia est della città e viceversa. La società è importante, annovera 660 dipendenti al suo attivo con 74 treni Bombardier e un fatturato complessivo di 200 milioni di euro annuali.

Secondo quanto comunicato dai vertici, la National Express Thameside non subirà trasformazioni o riorganizzazioni e l’attuale manager Julian Dury è stato riconfermato nel suo ruolo alla guida. L’acquisizione di Trenitalia si propone quindi come un buon affare, che merita di essere letto in ottica di una più complessa strategia di internazionalizzazione delle ferrovie Italiane in Inghilterra e nell’Europa intera con la presenza di Ferrovie dello stato anche in Grecia.

Lo stesso portavoce della compagnia ha dichiarato che si tratta della prima tappa del processo di internazionalizzazione e di espansione nel mercato britannico, un progetto segnato anche dall’annunci dell’alleanza con FirstGroup per partecipare alla gara di gestione del 2018 per la fornitura del servizio ferroviario della West Coast e delle East Midlands. Si tratta di un’opportunità golosa, che interessa la gettonata tratta Londra Edimburgo, attualmente gestita dal gruppo Virgin.

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Sono promesse di grande portata quelle fatte dalla premier britannica Theresa May, che ha recentemente annunciato la volontà di trasformare il Regno Unito in un vero e proprio paradiso fiscale. Il taglio interessa la corporate tax, ovvero la tassa destinata alle aziende, che potrebbe scendere anche sotto al 15%. Il governo inglese sarebbe più che intenzionato ad avviare la manovra con uno stanziamento di fondi per la ricerca e lo sviluppo pari a 2 miliardi di pound.

Attualmente la corporate tax è al 20% ed era già previsto in fase pre Brexit che la tassazione potesse scendere alla percentuale del 17% entro la data del 2020. La premier Theresa May ha però annunciato di voler fare molto di più e di desiderare fortemente la riduzione della tassa di altri due punti percentuali, portandola come minimo al 15%. A questo punto, la corporate tax sarebbe l’equivalente di un paradiso fiscale, nonché la più bassa tassazione proposta alle aziende dai paesi che appartengono al G20.

L’intenzione è più che chiara, ovvero Londra si propone di attrarre capitali dall’estero, anche in un momento in cui l’universo intero vede l’economia britannica sotto scacco di una Brexit che la vuole isolata ma felice di esserlo. La contromisura ha quindi aperto nuovi scenari dal punto di vista economico e finanziario, perché sono già molte le corporate di grandi dimensioni che hanno annunciato di voler aprire una filiale europea nella city.

L’ottimismo manifestato dalla May si è però scontrato con le posizioni del cancelliere Philip Hammond, che ha lamentato scarsa lungimiranza nella proposta della premier britannica. Gli effetti della Brexit e un ulteriore calo della tassazione potrebbero, infatti, ridurre ad un colabrodo le casse del regno, una prospettiva che l’Inghilterra e il Regno Unito non possono certamente permettersi in questo delicato periodo di transizione storico economica.

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Non basta la Brexit a preoccupare il comparto economico del Regno Unito, perché sembra che i banchieri inglesi desiderino cautelarsi da un’Europa che sta diventando per loro sempre più lontana. Colpisce apprendere la notizia della richiesta della Banca di Inghilterra di dettagliare con cura l’esposizione dell’istituto alle banche che si propongono più in sofferenza. Quali sono stati gli istituti controllati e monitorati dalla banca centrale inglese? Di base quelli che hanno dimostrato nell’ultimo periodo di essere a corto di capitali, quindi Deutsche Bank in testa, Monte dei Paschi di Siena e il gruppo Unicredit.

A rendere nota la notizia ci ha pensato il Financial Times, che ha rivelato come la banca centrale governata da Mark Carney abbia chiesto agli istituti di vigilanza che le fanno capo di effettuare un rigoroso controllo e di avere a disposizione dei dati certi, al fine di valutare chiaramente la portata della situazione in corso. L’ottica sarebbe quella della ‘montante paura’ della salute bancaria europea e la richiesta è arrivata formalmente nel corso della settimana della Prudential Regulation Authority.

Il rischio è di replicare un nuovo crac Lehman Brothers, quindi le autorità addette alla supervisione si stanno muovendo per comprendere i rischi e adottare le opportune manovre in ambito finanziario. Il caso limite arriva da Deutsche Bank, istituto tedesco di punta, che deve fare i conti con tanti problemi, quali la ricostruzione dell’immagine dopo tante truffe e cause ai clienti e la super multa dall’importo miliardario che potrebbe arrivare in diretta dagli Stati Uniti.

Deutsche Bank è diventata, agli occhi di chi crede in una nuova apocalisse finanziaria, il simbolo di un’eventuale crisi sistemica, di un gioco al domino che potrebbe far crollare la delicata salute delle banche che operano in ambito europeo. Ecco quindi nascere controlli più o meno pubblicizzati, che nel caso della Banca di Inghilterra non hanno potuto fare a meno di suscitare un bel po’ di clamore in ambito internazionale.

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È una svolta ‘liberal’ quella che sta vivendo l’economia islandese dopo otto lunghi anni della crisi che hanno indotto lo stato a frenare le condizioni del mercato economico. È di questi giorni l’annuncio che il paese nordico, guidato dal governo di centro destra, si appresterà ad abolire i controlli sui movimenti dei capitali che erano stati introdotti dopo il 2008.

Le proposte stanno per essere sottoposte al vaglio del parlamento islandese e interessano i cittadini in maggior parte e quindi gli investitori stranieri, ma al contempo rappresentano un grande cambiamento per chi nel futuro immediato voglia investire nella splendida isola del geyser. Gli islandesi potrebbero quindi vedersi restituire il diritto di investire in proprietà immobiliari e di altra tipologia all’etero e di acquistare la valuta estera senza limite nel corso dei loro viaggi nel mondo. Se il parlamento islandese procederà con l’ok, la maggior parte degli abitanti sarà finalmente libera da restrizioni, compresa quella di dichiarare all’authority ogni possedimento di valuta straniera.

Si tratta di una svolta attesa e dalla natura particolare perché l’Islanda a saputo rilanciare la sua economia interna basandosi sul turismo, sull’economia, sulla rete e sull’ecologia e al giorno d’oggi dimostra una crescita costante del 4% annuo con la disoccupazione che ha finalmente toccato i minimi storici e una continua ricerca di forza lavoro straniera. I meriti della rinascita islandese vanno ricercati nella capacità di sollevarsi in autonomia e nella scelta di potenziare le infrastrutture aeree per favorire le visite. Si tratta di una disponibilità di voli low cost continui e di qualità che permettono ai viaggiatori di raggiungere l’isola ogni giorno.

Nel 2008 questo presente di sviluppo era impensabile, con il fallimento di tre banche , crollo del Pil del 60% e la caduta a rotta libera di tante attività del paese. Gli Islandesi non chiesero aiuti e ora si sono rimessi in piedi facendo leva sulla modernità e sulla capacità di aprire le loro porte a chi desidera per primo visitare questa terra così speciale e quindi pensare ad investimenti di ampia portata.

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La birra italiana guadagna terreno e lo fa in modo felice, considerando che in dieci anni di monitoraggio l’export della bevanda ha visto quadruplicare i numeri che la interessano. Nel 2015 l’export di birra ha infatti raggiunto il massimo storico toccando un valore di 183 milioni di euro complessivi. I marchi italiani sono partiti alla conquista dei mercati del nord Europa, dalla Germania fino alla Gran Bretagna, raggiungendo obiettivi e risultati decisamente interessanti.

I dati che interessano l’export della birra italiana sono stati esposti da Coldiretti, che su una base Istat ha divulgato i risultati in occasione della giornata dedicata dai Mercati di Campagna Amica. La giornata si è quindi impegnata a valutare e diffondere il concetto di ‘Agribirre’, le birre artigianali e completamente prodotte nel nostro paese.

Secondo Coldiretti, il successo dell’esportazione di birra non interessa solamente il Bel Paese, ma anche altri stati europei. Prova ne è l’aumento del +49% che ha interessato il settore n Germania, percentuale registrata anche in Olanda e il 10% registrato dalla Gran Bretagna. Caso a parte il Belgio, che ha visto decuplicare le vendite delle birre trappiste nell’ultimi anni.

Il settore della birra gode quindi di ottima salute e, con l’arrivo della bella stagione, la vendita di questa bevanda alcolica ha registrato un incremento sostanzioso, un +6% che secondo Coldiretti è dovuto in parte all’offerta buona e variegata di birre artigianali.

Coldiretti ha inoltre evidenziato che in Italia si stanno diffondendo a macchia d’olio i microbirrifici artigianali, che circa 10 anni fa erano poco più di 30 unità complessive e che invece adesso sono circa un migliaio dislocati in tutta la penisiola, con una stima di produzione di 45 milioni di litri. Si tratta di un ottimo risultato, di una crescita che guarda alla qualità e che si rivolge alla diversità, con proposte di birre aromatizzate, al carciofo, al radicchio e ai prodotti locali delle regioni italiane.

La birra italiana ha inoltre rappresentato un settore di spinta per l’occupazione giovanile, soprattutto per i giovani under 35, che si dimostrano essere i più attivi nel settore, impegnati nella certificazione nelle forme distributive alternative, ecologiche e concentrate sul territorio.

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Chi noleggia l’auto per piacere o lavoro spesso non si sofferma a leggere con cura le clausole del contratto. Il risultato può tradursi in pieni che costano molto più del normale o in parcelle da capogiro per un graffio sulla carrozzeria. Da oggi la musica cambia anche per gli autonoleggi, perché i diritti dei cittadini sono stati ben chiariti dal Garante della concorrenza e dei consumatori in una relazione annuale presentata pochi giorni fa in Parlamento. La relazione è frutto delle pronunce del Garante, ma anche dell’accordo fra l’autority e l’accordo stretto nel 2015 con i principali gruppi impegnati nell’autonoleggio di vetture, ovvero Hertz, Sixt, Avis Budget, EuropeCar ed Enterprise.

Il patto e il richiamo alla trasparenza sono stati quindi monitorati dalla commissione europea e promossi a titolo di ‘azione comune’ dall’antitrust del nostro paese. In altri termini, esiste da oggi un decalogo che aiuta chi noleggia l’auto a non essere raggirato e dispone in modo chiaro e conciso quali sono le spese da sostenere se si violano gli accordi descritti nel contratto.

Stando ai patti, il noleggiatore deve indicare con la massima chiarezza quanto viene a costare il pieno se non viene effettuato in autonomia da chi noleggia. Chi noleggia può inoltre disporre di tutto il tempo necessario per verificare che non vi siano graffi o problemi che possono essergli imputati al momento della riconsegna del veicolo.

L’accordo prevede che chi noleggia non dovrà sborsare nemmeno un centesimo in caso di incidente se prima non verrà effettuata una valutazione certa del danno, e il noleggiatore può contestare il danno sempre ed esclusivamente in presenza di chi noleggia e mai successivamente. Chiarezza anche sull’importo del deposito cauzionale, che viene congelato sulla carta di credito di chi noleggia per il tempo in cui si sta usufruendo del servizio.

E infine un occhio di riguardo va alle clausole relative all’assicurazione che devono essere limpide come non mai. Chi noleggia deve infatti sapere con precisione quanto viene pagato per la copertura base e quanto costano le garanzie opzionali, e se alcune situazioni speciali come ad esempio l’incendio sono incluse o escluse dal pacchetto di copertura. E infine la chiarezza, perché i cittadini stranieri avranno diritto a ricevere un dépliant tradotto nelle lingue più diffuse, per evitare fraintendimenti, spesso legati a concetti molto tecnici o particolari.

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Esselunga si rivela essere una delle catene della grande distribuzione che gode di maggiore salute nel nostro paese. A dimostrarlo sono i dati che interessano i ricavi guadagnati negli ultimi anni e la prossima volontà di aprire il tanto atteso centro commerciale nella capitale. I supermercati guidati da Bernardo Caprotti hanno chiuso l’anno finanziario 2015 con vendite pari a 7.312 milioni, che hanno dimostrato una crescita salutare del 4.3% rispetto ai dati relativi all’anno precedente. L’utile netto ha raggiunto quota 290 milioni e si è dimostrato in deciso aumento del 37% rispetto ai 212 milioni guadagnati nel gruppo nel corso del 2014.

I dati che interessano la catena Esselunga si rivelano essere alquanto positivi, alla luce della media di crescita che ha interessato il settore, stabile al 2.4%. Il margine operativo del gruppo è quindi stabile a 625 milioni dimostrando una crescita del 20% rispetto all’anno precedente. Interessante è la posizione finanziaria e la ragione di tale successo chiede di essere ricercata nella positiva politica di contenimento dei prezzi, che è stata volutamente applicata della catena anche a fronte di un generale aumento dei prezzi di vendita da parte dei fornitori. I clienti sono infatti cresciuti del 5% e la crescita è stata trainata anche dall’importante organizzazione di continui eventi promozionali.

Queste sono le maggiori ragioni che hanno portato Esselunga a diventare un gruppo in salute, forte di un aumento della clientela e della capacità di produrre utili netti al di sopra della media registrata nel settore di riferimento. I dati fanno quindi ben sperare sull’espansione del gruppo, storicamente radicato a Milano e nel nord Italia. La volontà di aprirsi anche alle altre regioni è nota, ma molti sono stati i fattori che hanno bloccato l’espansione nel corso degli anni.

Ora Esselunga è diventata forte e può aprire il suo primo mega store a Roma, un’iniziativa da sempre annunciata ma mai tradotta in pratica. L’azienda vorrebbe infatti associare l’apertura romana alle felici imprese effettuate nel corso dell’anno, che si sono concluse con l’apertura della filiale di Milano in via Adriatico, di Soliera, di Casale Monferrato e di Rozzano. Il piano di investimento è costato più di 400 milioni, ma si è trattata di un’operazione felice e che ha permesso di inglobare nel gruppo il numero complessivo di 22 unità professionali.

Il 2016 vedrà quindi l’apertura dello store di Roma, notizia che si propone più sicura visto che il gruppo ha già dato il via al job day, ovvero delle giornate dedicate alla selezione del personale per la nuova sede capitolina.

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Il franchising può essere visto come il business del futuro? A quanto pare sì, perché molti sono i brand e le società storiche che hanno scelto di reinventarsi sfruttando la popolarità e soprattutto il prestigio del marchio. È questo il caso del Pachà di Ibiza, una discoteca millenaria che ha fatto scuola e che da tanto tempo si propone come la vera mecca del divertimento per chi frequenta l’isola e non solo, come un tempio della musica e come una vera e propria icona di stile.

Il Pachá si appresta a diventare un’impresa iconica del divertimento non più legata alla sola isola di Ibiza, ma espansa in tutto il mondo. Con la cessione da parte del fondatore Ricardo Urgell ormai ottantenne ai figli, il business con le due ciliegine si sta infatti allargando, su scala planetaria.

Urgell serviva cocktail negli anni ‘70 in pieno power flower nella costa catalana e decise di svoltare aprendo il suo primo locale sulla assolata costa. Da allora la strada è stata in discesa e il Pachà viene tutt’oggi considerato la terza discoteca migliore del mondo. Dalla costa catalana a Madrid, passando per il Brasile, l’Egitto e l’Australia, il modello Pachà è stato esportato in ogni parte del globo. Attualmente le discoteche che appartengono al marchio sono 16. La gestione dei figli mira ad assicurare qualità e continuità, perché un tempo bastava cedere il marchio, mentre oggi le alte sfere vogliono controllare tutto perché l’esperienza Pachà sia unica e conformata, in ogni parte del pianeta.

E non è tutto, perché l’opera di espansione non si rivolge solo al mondo della notte, ma allarga i suoi orizzonti all’apertura di almeno 25 alberghi e ben 60 ristoranti nei prossimi dieci anni. Si tratta di un’espansione che mette al centro i gusti dei giovani, un po’ meno attirati dal ballo rispetto al passato e più concentrati sulle cene, gli aperitivi, sui resort di lusso e sulle scelte di stile. E di stile il Pachà ne ha da vendere, visto che ogni struttura dovrà rispondere alle regole del “lifestyle di Pachá”, ovvero innovazione, glamour senza ostentazione e autenticità, il tutto legato a proposte gastronomiche di alto livello…

 

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868 opere incompiute in Italia nel corso del 2014, 176 in più rispetto al 2013 con uno spreco complessivo di soldi pubblici pari a 4 miliardi di euro. Se la divisione si fa più raffinata, significa che ogni cittadino del bel paese versa allo Stato 166 euro pro-capite, per fini completamente inutili. E questo è solo l’inizio, perché per completare le suddette opere servirebbero ulteriori 1.4 miliardi di euro, quindi la spesa complessiva si propone ancor più invasiva per le casse dello Stato e per le famiglie italiane.

Questi sono i dati emersi dalla ricerca Codacons in base agli ultimi dati disponibili, che arrivano dall’Anagrafe delle opere pubbliche del nostro paese. La ricerca ha quindi fotografato una questione nazionale, ma forti sono i divari che interessano le diverse regioni. Il record negativo spetta infatti alla regione Sicilia, con 215 opere rimaste incompiute. Molto male anche la Puglia, con 81 opere incompiute, seguita dalla Calabria con 93 e dall’Abruzzo con 40. Si tratta di infrastrutture che, secondo il presidente Codacons Carlo Rienzi, chiedono ulteriori risorse per essere completate e che aumentano nel numero anno dopo anno. Come è possibile chiedere agli italiani di pagare di tasca propria dighe che sono state costruite negli anni ‘60, strade che non portano da nessuna parte o porti inaugurati e quindi abbandonati?

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La questione si rivela essere alquanto spinosa, e in certi luoghi tocca vertici incontrollabili, come nel caso della Città dello sport di Tor Vergata a Roma, struttura che è costata finora ai cittadini oltre 607 milioni di euro e che si rivela essere attualmente incompiuta, con lo scheletro della Vela di Calatrava che da opera d’arte si è trasformata in ecomostro urbano.

Anche se a sud si registra il maggior numero di opere incompiute, si tratta secondo il Codacons di un fenomeno trasversale e che interessa tutta la penisola, perché anche regioni moderne come il Veneto e la Lombardia hanno le loro belle gatte da pelare, a dimostrazione che gli sprechi sono uguali in tutto il paese e interessano in egual misura le amministrazioni comunali e provinciali, qualsiasi sia la loro bandiera politica.

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